NON CI SI PUO’ FIDARE DEL LINGUAGGIO ORDINARIO
Prima di prendere in considerazione il testo di Nietzsche, partiamo da una considerazione:tante sono le “filosofie” (i sistemi filosofici) e non c’è un modo ovvio per poter scegliere, non c’è una prova sperimentale per verificarle: come scegliere fra “esiste una sola sostanza” (Spinoza) e “esistono un’infinità di sostanze” (Leibniz)?
Eppure dovrebbe essere un semplice compito, quello di “prendere parte”, di “scegliere una posizione”: o esiste una sola sostanza, o molte (o eventualmente nessuna), quindi qualcuno ha ragione, ha detto la verità, e qualcun altro ha avuto torto. Insomma, ce ne deve essere almeno uno che ha ragione, che ha capito tutto! (E se non ci fosse ancora stato, per lo meno ci sarà la possibilità che questo grand’uomo (o donna) verrà in un futuro!).
Ed ecco arriva Nietzsche a troncare ogni nostra speranza: “ha senso parlare di avere ragione?”
Nietzsche parte con la sua “distruzione” dal presupposto che il linguaggio è puramente metaforico.
Già dal titolo del suo saggio “appiattisce” il contrasto fra verità e menzogna e lo porta dal contesto morale ad un contesto “extramorale”: viene meno in tal modo quella sorta di gerarchia che esiste fra i due termini.
Il testo
esordisce con una “favola”, un “mito”, che subito spiazza il lettore:
-
c’era
una volta (quindi ora non più)
-
in un
angolo remoto (dove?) dell’infinito universo (un piccolo spazio, un piccolo
astro nel mezzo dell’infinito: a sottolineare la nostra piccolezza
“insignificante”)
-
per un
minuto, per pochi respiri: la vita sulla terra è passeggera
-
“animali”
(e non esseri umani) intelligenti
Conoscenza come
minuto “tracotante e menzognero” (a differenza di come di solito la conoscenza
è descritta: la specifica caratteristica umana è definita in modo molto diverso
rispetto, per esempio, alla concezione Cartesiana!)
Piccolezza,
pochezza, precarietà dell’essere umano nell’Universo. La conoscenza è
tracotanza, menzogna.
E, peggio ancora,
l’uomo non se ne rende conto, continuando a convincersi di essere al centro del
mondo (anche le zanzare però lo pensano di loro stesse!)
E questa superbia
dell’uomo è portata all’estremo da colui che è “il più orgoglioso degli
uomini”, il filosofo, che non solo crede d’essere al centro del mondo, ma per
di più si ritiene incaricato, in virtù della sua capacità conoscitiva, di
decidere riguardo l’organizzazione del mondo!
L’intelletto
altro non sarebbe, per Nietzsche, che uno strumento di autoconservazione: “che cosa
sa l’uomo di se stesso?”
L’intelletto è
“concesso agli esseri più infelici allo scopo di trattenerli per un minuto
nell’esistenza”. L’intelletto è un inganno, la conoscenza (e la superbia che
essa comporta) non è in realtà che un inganno usato per coprire la miseria, la
precarietà dell’esistenza umana, uno strumento per dar conto della realtà.
Ma allora cos’è
questa verità? Per Nietzsche altro non è che un “mobile esercito di metafore,
metonimie (…)”. La verità è una cosa da noi creata (non scoperta, attenzione!). Ciò che si intende abitualmente per verità è
solo una “designazione delle cose uniformemente valida e vincolante”. Cos’è il
linguaggio se non un atto arbitrario (dunque “senza ragione”)? (esempio della
divisione delle cose in generi: perché albero è maschile e pianta femminile?)
Non c’è reale
connessione fra soggetto (conoscente) e oggetto (conosciuto): la designazione è
un mero atto arbitrario. E’evidente a tutti l’arbitrarietà dei nomi (facilmente
dimostrabile dalla diversità delle lingue). Eppure è su questo processo che si
basa la nostra conoscenza!
Noi siamo dunque
vittime di un processo storico, di un’eredità linguistica da cui non possiamo
staccarci: la nostra visione è vincolata necessariamente dalle metafore.
“L’impulso a
formare metafore è un impulso fondamentale dell’uomo da cui non può prescindere
neppure un istante, poiché in tal modo si prescinderebbe dall’uomo stesso”.
Il vero problema
è che dimentichiamo di aver elaborato tali metafore. Il linguaggio consiste
dunque in un insieme di metafore, cui però si è perso il carattere metaforico:
“le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono
metafore che si sono logorate (…) come monete la cui immagine si è consumata e
che vengono prese in considerazione solo come metallo, non più come monete”.
Stando così le
cose, non ci sono allora verità di per sé certe, che ci possano apparire vere
prima di ogni “classificazione storica”: ogni certezza è sempre già il
risultato di una serie di mediazioni.
Ironicamente Nietzsche
si riferisce alla scienza, affermando che “se qualcuno nasconde qualcosa dietro un cespuglio, se lo ricerca
nuovamente là e ve lo ritrova, in questa ricerca e in questa scoperta non vi è
molto da lodare”. La conoscenza che tanto lodiamo altro non è che un’operazione
memoriale (ma non nel senso platonico!): l’uomo si dimentica come stanno le
cose, dunque, inconsciamente e per un’abitudine secolare, giunge al sentimento
di verità proprio attraverso questa incoscienza, attraverso quest’oblio.
In
definitiva, allora: “Ha senso parlare di avere ragione?”
2011
Articolo presente anche in http://scuola.otforum.it/index.php/appunti-scolastici/90-filosofia/filosofia-contemporanea.html
2011
Articolo presente anche in http://scuola.otforum.it/index.php/appunti-scolastici/90-filosofia/filosofia-contemporanea.html