lunedì 4 giugno 2012

NIETZSCHE, Su verità e menzogna in senso extramorale

NON CI SI PUO’ FIDARE DEL LINGUAGGIO ORDINARIO 

Prima di prendere in considerazione il testo di Nietzsche, partiamo da una considerazione:
tante sono le “filosofie” (i sistemi filosofici) e non c’è un modo ovvio per poter scegliere, non c’è una prova sperimentale per verificarle: come scegliere fra “esiste una sola sostanza” (Spinoza) e “esistono un’infinità di sostanze” (Leibniz)?
Eppure dovrebbe essere un semplice compito, quello di “prendere parte”, di “scegliere una posizione”: o esiste una sola sostanza, o molte (o eventualmente nessuna), quindi qualcuno ha ragione, ha detto la verità, e qualcun altro ha avuto torto. Insomma, ce ne deve essere almeno uno che ha ragione, che ha capito tutto! (E se non ci fosse ancora stato, per lo meno ci sarà la possibilità che questo grand’uomo (o donna) verrà in un futuro!).
Ed ecco arriva Nietzsche a troncare ogni nostra speranza: “ha senso parlare di avere ragione?”
Nietzsche parte con la sua “distruzione” dal presupposto che il linguaggio è puramente metaforico.
Già dal titolo del suo saggio “appiattisce” il contrasto fra verità e menzogna e lo porta dal contesto morale ad un contesto “extramorale”: viene meno in tal modo quella sorta di gerarchia che esiste fra i due termini.

Il testo esordisce con una “favola”, un “mito”, che subito spiazza il lettore:
-       c’era una volta (quindi ora non più)
-       in un angolo remoto (dove?) dell’infinito universo (un piccolo spazio, un piccolo astro nel mezzo dell’infinito: a sottolineare la nostra piccolezza “insignificante”)
-       per un minuto, per pochi respiri: la vita sulla terra è passeggera
-       “animali” (e non esseri umani) intelligenti
Conoscenza come minuto “tracotante e menzognero” (a differenza di come di solito la conoscenza è descritta: la specifica caratteristica umana è definita in modo molto diverso rispetto, per esempio, alla concezione Cartesiana!)
Piccolezza, pochezza, precarietà dell’essere umano nell’Universo. La conoscenza è tracotanza, menzogna.
E, peggio ancora, l’uomo non se ne rende conto, continuando a convincersi di essere al centro del mondo (anche le zanzare però lo pensano di loro stesse!)
E questa superbia dell’uomo è portata all’estremo da colui che è “il più orgoglioso degli uomini”, il filosofo, che non solo crede d’essere al centro del mondo, ma per di più si ritiene incaricato, in virtù della sua capacità conoscitiva, di decidere riguardo l’organizzazione del mondo!
L’intelletto altro non sarebbe, per Nietzsche, che uno strumento di autoconservazione: “che cosa sa l’uomo di se stesso?”
L’intelletto è “concesso agli esseri più infelici allo scopo di trattenerli per un minuto nell’esistenza”. L’intelletto è un inganno, la conoscenza (e la superbia che essa comporta) non è in realtà che un inganno usato per coprire la miseria, la precarietà dell’esistenza umana, uno strumento per dar conto della realtà.
Ma allora cos’è questa verità? Per Nietzsche altro non è che un “mobile esercito di metafore, metonimie (…)”. La verità è una cosa da noi creata (non scoperta, attenzione!).  Ciò che si intende abitualmente per verità è solo una “designazione delle cose uniformemente valida e vincolante”. Cos’è il linguaggio se non un atto arbitrario (dunque “senza ragione”)? (esempio della divisione delle cose in generi: perché albero è maschile e pianta femminile?)
Non c’è reale connessione fra soggetto (conoscente) e oggetto (conosciuto): la designazione è un mero atto arbitrario. E’evidente a tutti l’arbitrarietà dei nomi (facilmente dimostrabile dalla diversità delle lingue). Eppure è su questo processo che si basa la nostra conoscenza!
Noi siamo dunque vittime di un processo storico, di un’eredità linguistica da cui non possiamo staccarci: la nostra visione è vincolata necessariamente dalle metafore. 
“L’impulso a formare metafore è un impulso fondamentale dell’uomo da cui non può prescindere neppure un istante, poiché in tal modo si prescinderebbe dall’uomo stesso”.
Il vero problema è che dimentichiamo di aver elaborato tali metafore. Il linguaggio consiste dunque in un insieme di metafore, cui però si è perso il carattere metaforico: “le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate (…) come monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione solo come metallo, non più come monete”.
Stando così le cose, non ci sono allora verità di per sé certe, che ci possano apparire vere prima di ogni “classificazione storica”: ogni certezza è sempre già il risultato di una serie di mediazioni.
Ironicamente Nietzsche si riferisce alla scienza, affermando che “se qualcuno nasconde qualcosa dietro un cespuglio, se lo ricerca nuovamente là e ve lo ritrova, in questa ricerca e in questa scoperta non vi è molto da lodare”. La conoscenza che tanto lodiamo altro non è che un’operazione memoriale (ma non nel senso platonico!): l’uomo si dimentica come stanno le cose, dunque, inconsciamente e per un’abitudine secolare, giunge al sentimento di verità proprio attraverso questa incoscienza, attraverso quest’oblio.
In definitiva, allora: “Ha senso parlare di avere ragione?”

2011

Articolo presente anche in http://scuola.otforum.it/index.php/appunti-scolastici/90-filosofia/filosofia-contemporanea.html

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