mercoledì 6 giugno 2012

H.G. WELLS: Il Paese Dei Ciechi


Già il titolo di questo scritto di Wells porta con sé due grandi tematiche dell’epoca tardo Ottocentesca: 
- Il PAESE completamente segregato dal mondo, contrapposto alla CITTà moderna, in cui la tecnologia aveva permesso una comunicazione non solo rapida, ma anche a distanza (tele-comunicazione)
- La CECITà, contrapposta all’ossessione moderna per la VISIONE PANOPTICA, totale.

Le città, diventate grandi metropoli sovrappopolate, presentavano il nuovo problema dell’illeggibilità, che il positivismo provava a decodificare anche (e soprattutto) grazie alla tecnica, nel tentativo di una “testualizzazione” totale del mondo.
Se la fisiognomica e la successiva Antropologia Criminale fornivano delle basi sulle quali etichettare tutto ciò che ci circonda, le nuove scoperte tecnologiche ne assicuravano un completo controllo, fornendone una mappatura sempre disponibile che non fece altro che alimentare l’utopia ottimista dell’onnipotenza umana, la quale, tramite la scienza, poteva essere in grado di risolvere qualsiasi problema.
Ma quando, come accade nel racconto di Wells, ci si ritrova in un mondo “alieno” (sebbene dietro l’angolo e umano) sono le fondamenta stesse a far tremare il palazzo delle sicurezze positiviste.
Il problema sta a monte, è un problema ONTOLOGICO: ciò che per il protagonista è, per i ciechi NON è, e viceversa.
E questo è un punto fondamentale, che resta irrisolto fino al finale (e oltre), nel quale ci si continua a domandare: “Chi fra loro è cieco?”
Il racconto rimanda ad una serie di tematiche strettamente correlate non solo al progetto di ‘visione panoptica’ ottocentesco, ma anche al suo alleato concetto di ‘potere’: potere di influenzare, suggestionare, controllare le masse. Ciò che vedo, che sento ed amo, è ciò che IO provo o è ciò che una cultura, una tradizione alle mie spalle, ha voluto e costruito per me? Tutto ciò in cui credo, la percezione di ciò che è bello, il gusto, sono MIE sensazioni?
C’è un momento in cui anche Nuñez, il protagonista “vedente” del racconto, se lo chiede. Per un attimo dubita di tutte le sue certezze, guardando il coperchio di roccia che secondo i ciechi doveva essere il tetto del mondo.
Erano passate quattordici generazioni dall’ultimo uomo vedente, allontanatosi dal villaggio per cercare un antidoto che curasse lo strano male che aveva iniziato a colpire i suoi compaesani. Una maledizione (non una malattia), a detta sua, una punizione divina per il loro rifiuto della fede. Ma le sue ricerche furono vane, poiché proprio durante la sua escursione avvenne il tremendo cataclisma che privò per sempre il villaggio di ogni comunicazione con l’esterno.
La storia del paese dei ciechi diventa così leggenda. Ma al medesimo tempo è la storia stessa del mondo a diventare leggenda per gli abitanti del paese, finendo pian piano per scomparire. E’ inevitabile: se scompare la vista è necessaria una rivoluzione delle scale d’importanza, delle percezioni, delle tradizioni, delle credenze, della scienza e della filosofia, che necessariamente devono rifondarsi su altri sensi, nel frattempo divenuti sempre più acuti, perfetti. Un olfatto pari a quello di un cane e un udito in grado di sentire un battito di cuore a 10 passi di distanza.
C’è una forte scossa Antropologica nel racconto, una rivoluzione dello stesso concetto di primitivismo.
Nuñez, ripetendo tra sé e sé il detto “in terra di ciechi l’orbo di un occhio è re”, è inizialmente eccitato dall’opportunità che gli si presenta: persuaso della sua superiorità ha l’intento di educare, di mostrare loro il mondo da cui vieni con le sue conoscenze (si dice di lui che fosse un montanaro che aveva visto il mondo, un uomo intraprendente, un lettore dalla mente acuta e con il dono dell’Osservazione), di “evolvere” gli abitanti di un paese che, per cause fisiche e geografiche, dovevano inevitabilmente essere “arretrati” (una sorta di “Occidentalizzazione”, in linea con la logica Ottocentesca).
Ma il nostro Nuñez non tarda molto a scoprire che in realtà per loro il primitivo era proprio lui, considerato selvaggio, disturbato, inferiore e involuto.
La popolazione mostra una certa chiusura, un rifiuto ad ascoltare e confrontarsi con altre visioni del mondo.
Nuñez non si rassegna. Tenta in tutti i modi di rivelare l’utilità (e l’esistenza!) della vista. Prova a descrivere il mondo attorno a lui, cercando quasi di mostrare le sue dote di veggenza.
Nuñez fallisce. Non solo non gli credono, ma ciò a cui sono interessati va al di là dei muri delle casa (senza finestre, ovviamente) e l’occhio non può penetrare le barriere dei muri . Allora tenta con la forza, ma “l’influenza corruttrice della città lo aveva raggiunto”: non poteva uccidere un cieco. Fugge così per due giorni, umiliato, se ne resta solo a riflettere al di fuori del muro che cingeva la città, per poi ritornare, umilmente consapevole della sua unica possibilità: OMOLOGARSI a loro.
Ma lui era un eccentrico, un primitivo, fuori dalla MEDIA: doveva essere “riequilibrato”.
E quando s’innamorò dell’unica donna che sembrava meno cieca (per via delle palpebre meno infossate e dalla voce forte: non a caso era stata emarginata) l’omologazione si spinge al suo limite massimo: per “guarire” deve sottoporsi ad un intervento per la sottrazione degli occhi. [1]
Una settimana d’attesa prima dell’intervento, amore contro vista.
è possibile dimenticare le proprie certezze? E’ possibile guardare oltre o, al contrario, non guardare? [2]
Nuñez decise di andarsene, osservando per un ultima volta tutte le meravigliose bellezze che lo circondavano e che la vista gli permetteva di godere.
Scelse le stelle, scelse le sue certezze, la sua scienza, la sua Città ‘splendente di giorno e mistero LUMINOSO di notte’.
E a confronto il mondo dei ciechi, e il suo amore, gli parvero solo un pozzo di peccato senza fondo.
 

[1] Trovo vi sia una similitudine con le “guarigioni” della frenologia in voga a quel tempo: sottrarre gli stimoli che ci rendono “malati” per essere educati al fine di colmare i “difetti”.
[2] Cfr. FLATLANDIA, E. A. Abbott.
[3] Non è un caso che le stelle siano ripetutamente nominate durante la narrazione, visto il boom dell’astronomia in quegli anni e l’interesse che lo stesso Wells dimostra avere in altri suoi scritti

2009

martedì 5 giugno 2012

LA SFINGE di E.A.POE


In questo breve racconto ritroviamo uno dei pensieri ricorrenti dell'autore: il terrore nasce dalla realtà, da un'errata valutazione (che in questo specifico caso è una valutazione “spaziale”) della realtà. 
Rivoluzionando il genere gotico, colloca lo scenario in una dimensione fra Fantastico e Scientifico, fra Irreale e Reale, screditando esplicitamente il sovrannaturale e sottolineando come il progresso e un’attenta analisi dei fatti possa dare risposta a ciò che si riteneva superstizione.
Per i suoi scopi inscena la storia di un uomo evidentemente suggestionabile,  rifugiatosi nell’abitazione di un parente per sfuggire all’epidemia di colera che stava invadendo New York.
Il “terrore dell’epidemia” (tema per altro centrale ne “La maschera della morte rossa” dello stesso Poe) porta il protagonista a uno stato di “anormale ipocondria”, ossessionato e invaso dalle continue immagini di morte e orrore che regnavano nella vicina città.
Il suo stato di totale influenzabilità trova rinforzo nei volumi sulle più disparate credenze popolari nei quali era solito rifugiarsi, alimentando ancor più la sua superstizione che stava acquistando col tempo maggior valore di verità.
Il suo compagno, di temperamento meno eccitabile e d’intelletto più scientifico e filosofico, ne sosteneva al contrario l’assoluta infondatezza.
E’ evidente già in questi primi passi come Poe sottolinei, quasi ridicolizzando con ironia, come ci sia un rapporto di causa-effetto fra l’influenzabilità e l’accrescimento dello stato che chiama “anormale ipocondria”: un circolo vizioso per cui il protagonista alimenta la sua predisposizione alla permeabilità delle inFluenze con la lettura di testi che trattano temi sovrannaturali, che aumentano la sua suggestionabilità, portandolo di conseguenza a ributtarsi a capofitto nella lettura di altri testi, quasi cercandovi delle verità e dei compagni con cui giustificare il proprio stato. [1]
E’ in questo stato che il protagonista, seduto di fronte ad una finestra, è atterrito da una visione inspiegabilmente mostruosa. Mentre osservava il panorama di desolazione e squallore della vicina città è attratto da un orrendo oggetto in movimento, che lo fa dubitare per un attimo della sua sanità mentale.
La creatura mostruosa in questione, di cui ci offre una minuziosa descrizione, lo terrorizza a tal punto da lasciarlo in uno stato di paralizzante silenzio, riuscendo a parlarne con il suo amico solo qualche giorno dopo, spronato dalla concomitanza dell’ora e del luogo in cui si trovavano. Inizia dunque a descrivere per filo e per segno il gigantesco mostro, grande quanto una nave, con la bocca sita all’estremità di una lunga proboscide cosparsa di peli neri, con due zampe laterali luccicanti ed una coppia di immense ali ricoperte di squame metalliche, legate l’una all’altra da una robusta catena. Continua poi soffermandosi sulla descrizione della bianca immagine spaventosa di una testa di morto che il mostro recava sul petto, e dal grido lugubre che emetteva.
Il compagno scoppia dapprima in una sonora risata, rifugiandosi successivamente in uno stato pensoso. Quando il mostro in questione riappare agli occhi del povero terrorizzato, sembra che il compagno non sia in grado di vederlo. Ormai persuaso che la sua visione fosse chiaro sintomo di presagio di morte o follia, si rassegna definitivamente alla situazione, ascoltando le digressioni filosofiche dell’amico, che insisteva in particolare sugli errori in cui può incappare la mente umana. Finalmente, con un libro di Biologia in mano, l’amico legge: “Genere Sfinge, famiglia Crepuscolari, ordine Lepidotteri, Classe Insetti…”
Il temibile mostro delle colline altro non era che una “sfinge”, un insetto simile alle falene che si stava innocuamente arrampicando su di un filo di ragnatela sulla finestra.

Poe ci mostra un’esemplare dimostrazione di quanto la mente sia plasmabile e di come in realtà il vero terrore sortisca dalla quotidianità dei fatti, e non dalle sovrannaturali credenze.
L’ambientazione del “terrore” è dunque trasportata nella città di tutti i giorni: l’epidemia è un fatto reale, scientificamente giustificato dalla medicina e non dal sovrannaturale.
La netta contrapposizione dei due protagonisti è un esempio di quanto un animo suggestionabile si costruisca da sé il proprio incubo che al contrario non colpisce il soggetto poco impressionabile, che è in grado di analizzare la realtà senza influenze e di conseguenza di smentire, distruggere, l’immaginario delle superstizioni.



[1] Riferimento non banale a ciò che succedeva nelle sedute Mesmeriche e Fantasmagoriche, in cui si creava quello stesso circolo vizioso di causa-effetto, dove la “trance” era allo stesso tempo il sintomo della malattia e il primo passo verso la guarigione, sintomo controllabile dal medico e insieme incontrollabile della malattia, e dove la ‘seduta’ (o la fantasmagoria) era l’effetto di una diffusa patologia e contemporaneamente la sua causa, poiché suggestionava lo spettatore/paziente alimentandone lo stato malato.

2008 

WILDE: La Sfinge Senza Segreti


La sfinge è da sempre emblema dell’enigma: la tematica dell’autenticità è in questo racconto affidata alla centralità del “SEGRETO” nella costruzione dell’identità  di Lady Alroy, la cui storia è presentata dalla vittima inconsapevole di tali misteri, l’ingenuo Lord Murchison.
Il narratore anonimo, che resterà tale per tutto lo svolgimento del racconto, ha in un certo senso il ruolo di “analizzatore”, quasi fosse lui stesso il lettore del racconto, ricomparendo solo nel finale con una lucida sentenza che s-Vela la realtà del mistero con cui la donna s’era fatta veste.
Il tema della VERITà si puntualizza dalle prime righe attraverso la descrizione del Lord [1]: un seguace dei Tory, del Pentateuco e della Camera dei Lord. Si profila dunque un personaggio bel lontano dl “pensiero di massa” e quindi dalla massificazione delle influenze che si stava sviluppando in quel periodo.
Lady Alroy è una donna dalla perturbante bellezza: la sua fotografia mostra, nello sguardo assente e nel sorriso penetrante, la presenza di un segreto. Una Gioconda, manifesto simbolo d’ambiguità e mistero.
Il primo casuale incontro avviene in Bond Street ed emblematico è l’utilizzo di questa particolare via: Bond Street è infatti una delle principali strade dello shopping londinese, dove ora hanno luogo in particolare negozi d’arte e artigianato, e dove ha sede la “Fine Art Society’ (dal 1876) e la “Sotheby’s. Non pare dunque essere accidentale la scelta di questo luogo per il primo incontro: ricordando l’evento cardine del Crystal Palace del 1851, che segnò definitivamente l’inizio della logica del consumismo e del commercio degli oggetti non più per necessità ma per pura estetica e desiderio, Lady Alroy potrebbe in tal senso essere paragonata all’oggetto feticcio e al suo nuovo potere di fascinazione che proprio all’epoca stava prendendo piede.
Dopo averla assiduamente cercata invano per il ‘Solito Row’ [2], rassegnato il Lord arriva a considerare la sua “belle inconnue” un mero sogno (sottolineando l’accostamento positivo fra “sogno” e “sconosciuto”).
è ancora per caso che avviene il secondo incontro, ad una cena, dove la donna alimenta il suo alone di mistero: arriva in ritardo, parla a bassa voce e chiede al Lord di non accennare ad alcuno di averla vista per strada.
Il segreto di Lady Alroy [3] alimenta l’incontenibile curiosità del Lord, rimasto inevitabilmente vittima di quella “vaga atmosfera di mistero che la circondava”.
Dopo un primo appuntamento al quale la donna non si presenta, infelice e turbato Lord Murchison le indirizza una lettera sperando di poterla incontrare nuovamente. Sulla scia dell’enigma Lady Alroy, acconsentendo al nuovo appuntamento, prega il Lord di non indirizzare più la posta a quell’indirizzo, evitando ovviamente di giustificare la sua richiesta, alimentando così ulteriormente la trepidazione del Lord.
Nonostante i successivi incontri l’atmosfera misteriosa e inavvicinabile che circondava la donna non accennava a calare: Lord Murchison la paragona agli “Strani Cristalli” che si vedono nei musei, opachi e trasparenti a seconda della loro posizione [4].
C’è una forte ambiguità nei sentimenti del Lord stesso:
« Amo così tanto la sua persona nonostante i suoi segreti o la amo proprio per via dei suoi segreti? » [5]
Deciso a chiederla in moglie, persuaso che il matrimonio avrebbe posto fine ai suoi misteri, si diedero appuntamento per la settimana seguente. Poche ore prima dell’incontro però, passeggiando ‘casualmente’ per strada, Lord Murchison scorge la donna entrare in una casa, con il viso coperto da un fitto VELO. Nell’entrare nella casa perde un fazzoletto, che il Lord raccoglie e conserva nella tasca.
Convinto di aver svelato la presenza di un uomo nel suo mistero, il Lord pretende spiegazioni, Verità.
Furibondo e indispettito non crede alle parole della donna, che nega di aver visto qualcuno, e se ne và lasciandola in un torrente di lacrime.
Il giorno seguente si rifiuta di leggere la lettera di Lady Alroy, rispedendola alla mittente ancora sigillata. Decide dunque di imbarcarsi per la Norvegia.
Al ritorno scopre la notizia della morte della donna “che aveva tanto amato”.
Logorato dalla curiosità di scoprire (di S-VELARE) il mistero, decide finalmente di recarsi alla casa che custodiva il segreto: “Si sedeva sul divano, LEGGENDO e bevendo talvolta del Te”.
Si conclude così il racconto, con ancora un velo di dubbio nella mente del Lord, che con un «Chissà?» dimostra la sua incertezza alla sentenza dell’amico, l’anonimo narratore, per il quale non ci sono dubbi:
« LADY ALROY ERA SEMPLICEMENTE UNA DONNA CON IL PALLINO PER IL MISTERO, CHE SI ERA COSTRUITA UN SEGRETO PER POTERSI ILLUDERE DI ESSERE UN’EROINA DA ROMANZO, MA ESSA STESSA NON ERA ALTRO CHE UNA SFINGE SENZA SEGRETI».

Vale la pena puntualizzare alcuni segnali che Wilde ci offre durante la narrazione:
-  Innanzitutto si constata l'ormai definitivo abbandono dell’ambientazione gotica. Nonostante il racconto abbia numerosi punti in comune con “Il Velo Dissolto” di G. Eliot (1859), quali il Velo che copre il volto della donna e il tema del segreto, non è presente in Wilde alcuna svolta di carattere gotico: ne è un lampante esempio il colore giallo associato al primo casuale incontro (Lady Alroy è seduta all’interno di una macchina gialla)
-  La presenza, affatto inusuale nei romanzi di Wilde, della “pericolosità del libro”: la narrazione non a caso ha inizio mentre i due amici percorrono una strada in direzione della Madeleine, chiesa parigina inizialmente costruita per ospitare la Biblioteca Nazionale. Si dice in seguito che Lady Alroy leggesse seduta sul divano e la sentenza finale del narratore anonimo non lascia dubbi: “voleva illudersi d’essere un’eroina da romanzo
-  Alla donna è associato il simbolo della luna: la sua apparizione alla cena è descritta con “entrò come un raggio di luna” e il simbolo ricompare sotto forma di “pietra di luna” che portava sempre, quasi ad indicare che la donna, analogamente alla luna, non brillasse di luce propria, bensì avesse bisogno di un sole – segreto per emanare luce
- Significativa è la perdita del fazzoletto di Lady Alroy nel momento in cui viene “s-velata” dal Lord: troviamo ancora una volta la tematica della “perdita del Velo”


[1] « Lord Murchison sarebbe stato il migliore fra gli uomini se solo non avesse sempre detto la verità»
[2] In originale Wilde scrive “Wretched Row”, plausibile gioco di parole sul nome del celebre viale di HYDE Park, il “Rotten Row”
[3] Si noti che anagrammando Alroy sortisce “Royal” che può significare sia“regale” che “reale”, evidenziando l’ambiguità della donna.
[4] Altro riferimento, ancora più manifesto, alla fascinazione degli oggetti e al Crystal Palace.
[5] Wilde sottolinea ancor più esplicitamente questa tematica nel Dorian Gray, innamorato del ruolo d’attrice di Sybil ma non della sua autenticità. 

2008

lunedì 4 giugno 2012

NIETZSCHE, Su verità e menzogna in senso extramorale

NON CI SI PUO’ FIDARE DEL LINGUAGGIO ORDINARIO 

Prima di prendere in considerazione il testo di Nietzsche, partiamo da una considerazione:
tante sono le “filosofie” (i sistemi filosofici) e non c’è un modo ovvio per poter scegliere, non c’è una prova sperimentale per verificarle: come scegliere fra “esiste una sola sostanza” (Spinoza) e “esistono un’infinità di sostanze” (Leibniz)?
Eppure dovrebbe essere un semplice compito, quello di “prendere parte”, di “scegliere una posizione”: o esiste una sola sostanza, o molte (o eventualmente nessuna), quindi qualcuno ha ragione, ha detto la verità, e qualcun altro ha avuto torto. Insomma, ce ne deve essere almeno uno che ha ragione, che ha capito tutto! (E se non ci fosse ancora stato, per lo meno ci sarà la possibilità che questo grand’uomo (o donna) verrà in un futuro!).
Ed ecco arriva Nietzsche a troncare ogni nostra speranza: “ha senso parlare di avere ragione?”
Nietzsche parte con la sua “distruzione” dal presupposto che il linguaggio è puramente metaforico.
Già dal titolo del suo saggio “appiattisce” il contrasto fra verità e menzogna e lo porta dal contesto morale ad un contesto “extramorale”: viene meno in tal modo quella sorta di gerarchia che esiste fra i due termini.

Il testo esordisce con una “favola”, un “mito”, che subito spiazza il lettore:
-       c’era una volta (quindi ora non più)
-       in un angolo remoto (dove?) dell’infinito universo (un piccolo spazio, un piccolo astro nel mezzo dell’infinito: a sottolineare la nostra piccolezza “insignificante”)
-       per un minuto, per pochi respiri: la vita sulla terra è passeggera
-       “animali” (e non esseri umani) intelligenti
Conoscenza come minuto “tracotante e menzognero” (a differenza di come di solito la conoscenza è descritta: la specifica caratteristica umana è definita in modo molto diverso rispetto, per esempio, alla concezione Cartesiana!)
Piccolezza, pochezza, precarietà dell’essere umano nell’Universo. La conoscenza è tracotanza, menzogna.
E, peggio ancora, l’uomo non se ne rende conto, continuando a convincersi di essere al centro del mondo (anche le zanzare però lo pensano di loro stesse!)
E questa superbia dell’uomo è portata all’estremo da colui che è “il più orgoglioso degli uomini”, il filosofo, che non solo crede d’essere al centro del mondo, ma per di più si ritiene incaricato, in virtù della sua capacità conoscitiva, di decidere riguardo l’organizzazione del mondo!
L’intelletto altro non sarebbe, per Nietzsche, che uno strumento di autoconservazione: “che cosa sa l’uomo di se stesso?”
L’intelletto è “concesso agli esseri più infelici allo scopo di trattenerli per un minuto nell’esistenza”. L’intelletto è un inganno, la conoscenza (e la superbia che essa comporta) non è in realtà che un inganno usato per coprire la miseria, la precarietà dell’esistenza umana, uno strumento per dar conto della realtà.
Ma allora cos’è questa verità? Per Nietzsche altro non è che un “mobile esercito di metafore, metonimie (…)”. La verità è una cosa da noi creata (non scoperta, attenzione!).  Ciò che si intende abitualmente per verità è solo una “designazione delle cose uniformemente valida e vincolante”. Cos’è il linguaggio se non un atto arbitrario (dunque “senza ragione”)? (esempio della divisione delle cose in generi: perché albero è maschile e pianta femminile?)
Non c’è reale connessione fra soggetto (conoscente) e oggetto (conosciuto): la designazione è un mero atto arbitrario. E’evidente a tutti l’arbitrarietà dei nomi (facilmente dimostrabile dalla diversità delle lingue). Eppure è su questo processo che si basa la nostra conoscenza!
Noi siamo dunque vittime di un processo storico, di un’eredità linguistica da cui non possiamo staccarci: la nostra visione è vincolata necessariamente dalle metafore. 
“L’impulso a formare metafore è un impulso fondamentale dell’uomo da cui non può prescindere neppure un istante, poiché in tal modo si prescinderebbe dall’uomo stesso”.
Il vero problema è che dimentichiamo di aver elaborato tali metafore. Il linguaggio consiste dunque in un insieme di metafore, cui però si è perso il carattere metaforico: “le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate (…) come monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione solo come metallo, non più come monete”.
Stando così le cose, non ci sono allora verità di per sé certe, che ci possano apparire vere prima di ogni “classificazione storica”: ogni certezza è sempre già il risultato di una serie di mediazioni.
Ironicamente Nietzsche si riferisce alla scienza, affermando che “se qualcuno nasconde qualcosa dietro un cespuglio, se lo ricerca nuovamente là e ve lo ritrova, in questa ricerca e in questa scoperta non vi è molto da lodare”. La conoscenza che tanto lodiamo altro non è che un’operazione memoriale (ma non nel senso platonico!): l’uomo si dimentica come stanno le cose, dunque, inconsciamente e per un’abitudine secolare, giunge al sentimento di verità proprio attraverso questa incoscienza, attraverso quest’oblio.
In definitiva, allora: “Ha senso parlare di avere ragione?”

2011

Articolo presente anche in http://scuola.otforum.it/index.php/appunti-scolastici/90-filosofia/filosofia-contemporanea.html

domenica 3 giugno 2012

Strehler e LA TEMPESTA di Shakespeare, Recensione


ARIEL, SCENA!

Tuoni, fulmini,  urla, onde che sembrano poterci sommergere da un istante all’altro.
E’ l’apocalisse. 
Ma non temere, rassicura Prospero battendo la mano sul suo magico-copione , l’ho ordita io, “con tale sapienza e misura dell’Arte”.
La meta teatralità insita nell’opera shakespeariana non poteva rendersi più esplicita, già dal primo atto.
Perché lo spettacolo teatrale de La Tempesta è esso stesso spettacolo teatrale, meditato e coordinato dalla direzione del drammaturgo-regista-mago Prospero: è questa la sua vera Arte magica.
“Dobbiamo finire in tre ore” ripete alla sua attrice–aiutante Ariel, che tiene legata (anche fisicamente) ai suoi comandi fino a che il suo dovere non sarà compiuto. Ariel che sistema e prepara il palcoscenico alla fine di ogni scena, che è sempre presente col suo sguardo per riferire poi al maestro ogni dettaglio. E il suo maestro si complimenta, la sgrida, dà ordini con autorevolezza e infine ricompensa  il suo impegno.
Se allora tutto ciò che avviene fa parte del progetto, del copione, di Prospero, l’isola stessa diventa un palcoscenico, il palcoscenico del suo spettacolo. E’ finzione teatrale.
Le parole dettate da Prospero lo sottolineano, così come gli oggetti di scena sistemati da Ariel, la stessa “irruzione” della Commedia dell’Arte (teatro nel teatro nel teatro!) e, ovviamente, la palese scena finale, con l’ “implosione” dell’isola e l’epilogo dettato da Prospero, o meglio, dall’attore che lo interpreta.
Ma perché Prospero inscena questo spettacolo? Forse per vendetta, siamo portati a pensare inizialmente. Una vendetta che ci pare giustificata, a maggior ragione constatando che nulla sembra essere cambiato nei comportamenti traditori dei suoi nemici: le congiure, l’avarizia, la brama di potere… tutto pare ripetersi ciclicamente. Ma se la lettura di Kott evidenziava questo aspetto, è evidente che la visione di Strehler a un certo punto se ne discosti: la O disegnata dalla sabbia sul palcoscenico, il percorso che compiono i naufragati sull’isola, il ripetersi delle azioni dei personaggi suggeriscono sì un ciclo, ma in cui il punto di arrivo non è lo stesso di quello da cui sono partiti. O potrebbe non esserlo.
Qualcosa sembra essere cambiato. I personaggi lo sembrano. Calibano promette che sarà più saggio. Alonso si scusa delle sue azioni. Sembra che i personaggi abbiano capito qualcosa, sembra che il percorso sull’isola li abbia portati ad un cambiamento.
L’isola però è finzione, è un palcoscenico, è teatro. Il teatro stesso diventa allora uno strumento di crescita, di conoscenza, di cambiamento. Il teatro diventa mezzo per comprendere l’umanità.
Non possiamo realmente sapere se Calibano si impegnerà ad essere più saggio o se i traditori non tenteranno ancora di usurpare il trono. Ma c’è un chiaro messaggio di Speranza che Prospero, spogliate le sue vesti di mago, regista, padre, colonizzatore, maestro e personaggio, lancia direttamente al pubblico stesso: “Ora sta a voi…”. Perché l’isola in fondo rappresenta “il microcosmo che è il riflesso del mondo più grande”. 
E in effetti “l’Apocalisse” sta avvenendo anche fuori dalle porte del teatro (sono gli anni di Piombo in cui si ha la sensazione che il mondo stesso abbia perso l’umanità).
Ecco che Prospero allora ci ricorda che la finzione, la magia, lo spettacolo stesso, non esistono: occorre lasciare il teatro per entrare nella Realtà.
E’ un appello ad ognuno di noi: la magia non esiste, esiste solo la nostra responsabilità.  

Articolo presente anche in http://scuola.otforum.it/index.php/appunti-scolastici/127-arte-musica-spettacolo/appunti.html

2011

sabato 2 giugno 2012

Io sono tuo padre

Io e mio fratello abbiamo un ottimo rapporto. 
Davvero, non riesco a pensare ad una persona migliore di lui come fratello. 
Però io sono la maggiore ed è mio dovere prenderlo per il culo.
Da piccolo (e oltre) era terrorizzato da E.T. ed io non facevo altro che spaventarlo imitandolo o fingendo di averlo visto, a tutte le ore del giorno e della notte.
Diciamo che gli alieni in generale erano il suo punto debole e chiaramente io me ne avvantaggiavo.
Ma l'appiglio più grande per i miei simpatici scherzi è arrivato nel 2002, quando è uscito il film "The Mothman Prophecies" di M. Pellington (mi astengo da qualsivoglia commento a riguardo).
Ormai era deciso. Mio fratello è stato adottato: in realtà è figlio dell'Uomo Falena.
Un classico ovviamente, chi non ha mai detto al proprio fratello minore che è stato adottato?
Si potrebbe credere che giunti a una certa età si smetta con questo tipo di cretinate: io non solo non ho abbandonato l'idea, ma ho continuato imperterrita a sostenere la verità della sua adozione ad ogni occasione, alimentando fantasiose spiegazioni e struggendo la sua infinita pazienza.
Una manciata di mesi fa, non soddisfatta del mio operato, in un lampo d'ingegno, creo un nuovo indirizzo di posta elettronica e invio.

da "uomo.falena@virgilio.it" :

Caro Marco,
mi dispiace irrompere così nella tua vita ma considerando i tuoi 21 anni penso che sia arrivato il momento che tu sappia la verità.
Più volte tua sorella ha tentato di condurti al vero, seppur tramite lo scherzo. 

Ma tu non hai voluto crederci. Ti capisco sai?
Anche io, proprio alla tua età, mi rifiutavo di crederci!
Io avevo già dei genitori, una famiglia, ero un essere umano accidenti!
Proprio come sta succedendo a te ora, anche io ricevetti una lettera (ai miei tempi non esisteva internet!) che pretendeva svelarmi la verità. Col cavolo!, pensai, queste cose non esistono!
Ebbene Marco, sei cresciuto e so che sei una persona intelligente, studiosa e comprensiva (sono in stretto contatto con tua sorella, che mi tiene costantemente aggiornato sul tuo riguardo). Per questo è giunto il momento che tu sappia ed accetti: IO SONO TUO PADRE.
Quante cose avrei da dirti, da raccontarti!
Mi limito all'essenziale, poi sarò felice di rispondere ad ogni tua perplessità compensando le parti mancanti di questa storia.
Secoli e secoli fa nel nostro pianeta, Crismlandia, ci fu una gravissima fuoriuscita di Crismalene che provocò la mutazione del nostro dna: da allora il genere femminile fu eliminato dalla nostra specie, i Papillones Invicti. Ne nacque ancora qualcuna da allora, ma nessuna fu in grado di superare il primo anno di vita.
Il devasto provocato dalla Crismalene fu un avvertimento, pensarono i nostri avi: il pianeta, composto per lo più da questo potente mutageno (che in situazioni normali resta però solido sotto la crosta Crimestre) si era ribellato al nostro libertinaggio e ci aveva impedito, una volta per tutte, la procreazione, eliminando il genere femminile dalla stirpe.
La nostra veneranda razza stava decimandosi, pochi erano rimasti e nessuna speranza per proseguire: gli Invicti erano destinati a scomparire per sempre.
Fortuntamente però, nell'anno 10 mille, quello che ora è l'indiscusso re e governatore morale di Crismlandia ebbe un'idea: per il continuo della specie era necessario avvalersi di un'altra femmina.
Vedi, col tempo l'istinto di conservazione naturale ha fatto sì che, non essendoci più femmine e dunque ovuli fecondabili, il nostro sperma contenesse in sé i gameti femminili necessari per lo sviluppo di quello che voi chiamate feto. Per decenni si tentò di tutto per sviluppare il feto in vitro, nel ventre maschile, a coltivazione terrena...nulla. Era necessario un ventre femminile.
I nostri avi viaggiarono a lungo per l'universo alla ricerca di una specie compatibile. Numerosi furono gli esperimenti, coprendo le scomparse attraverso lo sfruttamento delle superstizioni popolari (soprattutto gli alieni!).
Finalmente trovarono la soluzione nella specie umana.
Ovviamente la gestazione comportò ulteriori modifiche al nostro dna, per cui inevitabilmente, col passare dei secoli, le nostre funzioni divennero via via più simili alle vostre.
Si può dire, a ben ragione, che da allora nacque una nuova specie: i Papillones Antropici detti "Falenoidi".
Questa è la tua razza Marco, per ora non dico altro, ti lascio un po' di tempo per riflettere su queste mie parole, sulla verità, prima di venire a farti visita (purtroppo abbiamo ancora problemi con l'atmosfera terrestre per cui possiamo scendere sul pianeta degli umani solo le notti di Luna Vuota).
Un abbraccio alato
U.F.


Col senno di poi mi dispiaccio di non essermi soffermata sul racconto e averlo sviluppato meglio. L'ho scritto impetuosamente e ridendo sotto i baffi prima di rileggerlo o pensare che avrei potuto farne qualcosa di più, e di meglio.
Chissà che prima o poi mi decida a svilupparlo in un racconto più compiuto, Sir Lovecraft potrebbe essere orgoglioso di me, un giorno!

INTRO

La Quiete Sotto La Pelle è stato il primo libro che ho letto almeno 15 volte.
Da allora il gusto di riprendere e spulciare libri già letti non mi ha mai abbandonata, ma questo fu proprio il primissimo a ricevere le mie attenzioni ossessive e, in quanto tale, si è guadagnato un posto un po' più speciale di altri nel calderone delle mie preferenze.
Le "prime volte" conservano sempre un nonsocché di esclusivo, anche se poi inevitabilmente sono surclassate dalle altre volte che, fra esperienza e casualità, acquistano tutt'altro spessore.
La Quiete Sotto La Pelle è rigorosamente storia vera, come tutti i libri che divoravo tra i 13 e i 16 anni. 
Ero una vera e propria cultrice delle problematiche e dei disagi universali: droga, malattie, morti, disturbi psichici... fagocitavo uno stralcio di vita dietro l'altro, cercando complici forse, empatia, chissà.
Chi mi ha conosciuta solo dopo quegli anni probabilmente non crederebbe mai che io e la me adolescenziale siamo un'unica persona. 
In effetti, ogni volta che dò uno sguardo al passato, mi sento un po' una "sopravvissuta". In fondo siamo tutti un po' dei sopravvissuti all'adolescenza, ognuno a modo suo.
Sopravvissuti e riconoscenti anche, direi. 
Sono gelosissima dei miei pensieri più intimi, va da sé quindi che non userò questo spazio per parlare strettamente di me. I miei diari sono religiosamente custoditi nei cassetti della mia più recondita stanza del cervello (tranne quelli "di viaggio", dei quali esiste più o meno una versione cartacea).
Ho deciso di scrivere qui per riconoscenza, appunto, ma non nei confronti della mia adolescenza, quanto verso i numerosi blogger che, inconsapevolmente, hanno supportato la mia necessità di conoscere in questi anni. Recensioni, pareri, ricerche, tesi, critiche, saggi... tutti in un modo o nell'altro mi hanno aiutata, informata (o disinformata a volte), incuriosita, incantata, divertita, spensierata e acculturata. 
Per questo vorrei mostrare qui la mia gratitudine cercando di offrire le stesse pietanze, pubblicando alcune mie piccole ricerche, tesi, recensioni, riassunti, opinioni o anche solo cazzate, felice del fatto che se anche una sola persona ne beneficerà, la mia gratitudine ne sarà appagata.