In questo breve racconto ritroviamo uno dei pensieri ricorrenti dell'autore: il terrore nasce dalla realtà, da un'errata valutazione (che in questo specifico caso è una valutazione “spaziale”) della realtà.
Rivoluzionando il genere gotico, colloca lo scenario in una dimensione fra Fantastico e Scientifico, fra Irreale e Reale, screditando esplicitamente il sovrannaturale e sottolineando come il progresso e un’attenta analisi dei fatti possa dare risposta a ciò che si riteneva superstizione.
Per i suoi scopi inscena la storia di un uomo evidentemente
suggestionabile, rifugiatosi
nell’abitazione di un parente per sfuggire all’epidemia di colera che stava
invadendo New York.
Il “terrore dell’epidemia” (tema per altro centrale ne “La maschera della morte rossa” dello
stesso Poe) porta il protagonista a uno stato di “anormale ipocondria”,
ossessionato e invaso dalle continue immagini di morte e orrore che regnavano
nella vicina città.
Il suo stato di totale influenzabilità trova rinforzo nei
volumi sulle più disparate credenze popolari nei quali era solito rifugiarsi,
alimentando ancor più la sua superstizione che stava acquistando col tempo
maggior valore di verità.
Il suo compagno, di temperamento meno eccitabile e d’intelletto più scientifico e filosofico, ne
sosteneva al contrario l’assoluta infondatezza.
E’ evidente già in questi primi passi come Poe
sottolinei, quasi ridicolizzando con ironia, come ci sia un rapporto di
causa-effetto fra l’influenzabilità e l’accrescimento dello stato che chiama “anormale
ipocondria”: un circolo vizioso per cui il protagonista alimenta la sua
predisposizione alla permeabilità delle
inFluenze con la lettura di testi che trattano temi sovrannaturali, che
aumentano la sua suggestionabilità, portandolo di conseguenza a ributtarsi a
capofitto nella lettura di altri testi, quasi cercandovi delle verità e dei
compagni con cui giustificare il proprio stato. [1]
E’ in questo stato che il protagonista, seduto di fronte
ad una finestra, è atterrito da una visione inspiegabilmente mostruosa. Mentre
osservava il panorama di desolazione e squallore della vicina città è attratto
da un orrendo oggetto in movimento, che lo fa dubitare per un attimo della sua
sanità mentale.
La creatura mostruosa in questione, di cui ci offre una
minuziosa descrizione, lo terrorizza a tal punto da lasciarlo in uno stato di
paralizzante silenzio, riuscendo a parlarne con il suo amico solo qualche
giorno dopo, spronato dalla concomitanza dell’ora e del luogo in cui si
trovavano. Inizia dunque a descrivere per filo e per segno il gigantesco
mostro, grande quanto una nave, con la bocca sita all’estremità di una lunga
proboscide cosparsa di peli neri, con due zampe laterali luccicanti ed una
coppia di immense ali ricoperte di squame metalliche, legate l’una all’altra da
una robusta catena. Continua poi soffermandosi sulla descrizione della bianca
immagine spaventosa di una testa di morto che il mostro recava sul petto, e dal
grido lugubre che emetteva.
Il compagno scoppia dapprima in una sonora risata,
rifugiandosi successivamente in uno stato pensoso. Quando il mostro in
questione riappare agli occhi del povero terrorizzato, sembra che il compagno
non sia in grado di vederlo. Ormai persuaso che la sua visione fosse chiaro
sintomo di presagio di morte o follia, si rassegna definitivamente alla
situazione, ascoltando le digressioni filosofiche dell’amico, che insisteva in
particolare sugli errori in cui può incappare la mente umana. Finalmente, con
un libro di Biologia in mano, l’amico legge: “Genere Sfinge, famiglia
Crepuscolari, ordine Lepidotteri, Classe Insetti…”
Il temibile mostro delle colline altro non era che una
“sfinge”, un insetto simile alle falene che si stava innocuamente arrampicando
su di un filo di ragnatela sulla finestra.
Poe ci mostra un’esemplare dimostrazione di quanto la
mente sia plasmabile e di come in realtà il vero terrore sortisca dalla
quotidianità dei fatti, e non dalle sovrannaturali credenze.
L’ambientazione del “terrore” è dunque trasportata nella
città di tutti i giorni: l’epidemia è un fatto reale, scientificamente
giustificato dalla medicina e non dal sovrannaturale.
La netta contrapposizione dei due protagonisti è un
esempio di quanto un animo suggestionabile si costruisca da sé il proprio
incubo che al contrario non colpisce il soggetto poco impressionabile, che è in
grado di analizzare la realtà senza influenze e di conseguenza di smentire,
distruggere, l’immaginario delle superstizioni.
[1]
Riferimento non banale a ciò che succedeva nelle sedute Mesmeriche e
Fantasmagoriche, in cui si creava quello stesso circolo vizioso di
causa-effetto, dove la “trance” era allo stesso tempo il sintomo della malattia
e il primo passo verso la guarigione, sintomo controllabile dal medico e
insieme incontrollabile della malattia, e dove la ‘seduta’ (o la fantasmagoria)
era l’effetto di una diffusa patologia e contemporaneamente la sua causa,
poiché suggestionava lo spettatore/paziente alimentandone lo stato malato.
2008
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